Il mio Coming Out.

Che dire? Prima o poi arriva per tutti.

Tutto è iniziato con la sottoscritta intenta a cercare le sue vecchie carte dei Pokémon.

Soffitta, camera mia. Quel raccoglitore è stato sotto ai miei occhi fino all’ultimo mio rientro in Italia. E niente, non c’è traccia.

Come mio solito fare, innalzo un’enorme polemica sul fatto che i miei nipoti distruggono tutto quello che trovano, senza sentimento, come attila. Come i Barbari.

E più cercavo cose, e più non trovavo nulla.

giphy

L’ennesimo pezzo di ricordo distrutto era una cosa che avevo in camera da un po’ di tempo. Erano più o meno 3 o 4 anni che stava sulla mensola.

Sono corsa da mia mamma e sono scoppiata in lacrime dicendo “io lavoro 12 ore al giorno, in un posto che non mi piace più, e quando torno a casa trovo tutte le mie cose distrutte”. Neanche a 7 anni.

“Cosa hai in bocca?” Chiede mia mamma sorridendo. “Fammi vedere”.

“Niente” rispondo io, “non te lo faccio vedere perché non voglio che ci rimani male” (pianto da 7enne in crisi).

Nel giro di 5 minuti mi sono ritrovata con mia mamma che mi abbracciava sul letto e mi diceva che si svegliava la notte piangendo pensando a me lontana da casa.

Abbiamo parlato tanto, mentre mi stringeva forte e mi diceva che mi voleva bene.

Poi le ho fatto vedere tutti i piercing e le ho detto che non glieli ho mai fatti vedere perché non volevo deluderla. E lei mi abbracciava.

Le ho detto che io non volevo nasconderle tutte queste cose, ma non sapevo come fare. Poi le ho detto che l’estate del 2015 per me è stata orribile, perchè quando Lei (la mia ex) mi ha lasciata, io ero persa e non potevo parlarne con nessuno a casa.

Non lo so come sia venuto fuori il discorso, ma mi ha detto che lei è la mia mamma e che sapevano già tutto, anche se io non dicevo niente. Mi ha detto che si era anche accorta di quando stavo male per la fine della mia storia.

Mi ha detto che la Bibbia insegna ad odiare il peccato e non il peccatore e che io sono sempre sua figlia e lei mi vorrà sempre bene.

Mi ha chiesto scusa per quando mi trattava male perchè “volevo sempre andare a Rimini”.

Poi mi ha detto di tornare a casa se non sto più bene e che mi mantiene lei. .-.

È andata bene.

È andata bene.

È andata bene.

È stato il momento, è stato spontaneo. Ho parlato con il cuore e ho buttato la maschera che per anni avevo portato.

Sono leggera. Ed è andata bene, ed era anche il giorno della festa della Mamma.

Probabilmente nessuno a casa mi chiederà mai “come sta la tua ragazza”, ma a me basta sapere che mi vogliono bene lo stesso.

Un passo alla volta.

giphy1

Annunci

Gay Pride #MAIUNAGIOIA

E niente. 5-6-7 di Agosto, gay pride di Brighton, roba da fighi. Roba che c’era tutto il regno unito a festeggiare.

Io no. Io avevo 3 turni di notte, ovviamente 5, 6 e 7 di Agosto.

Non ho bisogno di scrivere nulla, che tanto lo so che comprendete il mio stato d’animo.

 

Ruote che girano. Sempre e comunque.

Mentre penso al titolo da dare al post di oggi, ascolto “Try” ma non l’originale di Pink, perchè a me piacciono di più le cover, soprattutto quelle di Nicole Cross.

E niente, è proprio vero che quando va tutto bene, la voglia di scrivere ti passa, quasi te ne dimentichi.

E come ad un anno esatto dal terremoto in Emilia, per chi non lo sapesse ci fu il bum di attacchi di panico al pronto soccorso, eccomi qui, un anno dopo la “tragedia” della mia vita.

Definirla “tragedia” poi è troppo. Diciamo che luglio 2015 è stato il periodo dell’inculata epica.

Depressione, lacrime, pianti e crisi respiratorie nel bel mezzo della notte. Questo è stato l’inizio.

La fine è stata: amici, vita nuova, Inghilterra, un nuovo amore e la mia avventura da deficiente un po’ solitaria.

Ad un anno da quella volta, nemmeno mi ricordo più che voce abbia, l’impressione è di aver sprecato 2 anni della mia vita con qualcuno che alla fine è stato inutile. La cosa triste è che probabilmente quel poverino del mio Ex pensa esattamente le stesse cose di me, mentre io quando penso a lui sono del tipo “era tanto carino con me, siamo cresciuti insieme, ma a me piacevano le donne”. #Ruotechegirano

Che poi, io ho continuamente l’ansia di essere come lei. La sua copia esatta. Ho paura che se mai dovesse finire con La Vale, sarà di sicuro per colpa mia e per le mie insicurezze di merda, e per una marea di cose che avrei potuto fare e non ho fatto. E mi sentirò una merda, perchè sarò tutto quello che ho sempre voluto non essere.

Il fatto è che ho bisogno di stabilità, e sono la prima ad essere instabile. E questa cosa che non si sa quando e come La Vale si trasferirà qui, mi destabilizza. E se va male? E se non ci sopportiamo? E se non trova da lavorare? E se l’inglese sarà un problema per lei?

Lei non se ne preoccupa, dice che le basta stare con me. Io me ne preoccupo invece. Io sono la realista drammatica, lei è la sognatrice. E Lei è sempre quella che in me ci vede molto di più di quello che ci vedo io.  Lei mi vede per la splendida persona che non sono, sono piena di paure e lei fa finta di niente. Ho paura che si annulli, come ho fatto io in passato.

Basta che non divento bipolare. Ancora non piango a caso ogni 5 minuti, e non ho i crolli nervosi se qualcuno mi dice cose del tipo “guarda che stasera andiamo a mangiare la pizza con i miei amici e la prendiamo al metro”.

 

 

 

.Off topic: A proposito di cover. Ci metto la faccia una volta per tutte pure io (per chi non segue il mio profilo twitter).

Questo è il mio passatempo qui a Brighton con la mia amica Spanish. Se volete iscrivetevi al canale che ci fa piacere. ps. Io sono quella che suona con la faccia da culo.

 

 

 

 

 

 

L’Amore dopo il DDL CIRINNA’

OK, sono in ritardo. Ok non scrivo sul blog da mesi forse.

MA lasciatemi esprimere la mia GIOIA.

Cosa c’era per me prima del Ddl Cirinnà? NULLA DI CERTO. Nulla. E adesso? Adesso c’è uno spiraglio di luce.

Sono talmente tanto gasata per questa cosa, che non faccio altro che andare ad amoreggiare in giro.

Per esempio:

la mia ragazza mi viene a prendere a Milano Malpensa. Ci fermiamo in autogrill (1. perchè amo perdere tempo in autogrill, 2.perchè La Vale deve ordinarsi il suo macchiato freddo).

Cosa Succede?

Succede che ordino il caffè mentre l’abbraccio, la tengo per mano, la sbaciucchio e mi comporto da morosa appiccicosa quale io sono.

CHISSENEFREGA se la barista mi guarda male. CHISSENEFREGA PROPRIO.

SIAMO DIVENTATE LEGALI.

 

 

Turni di notte. #UK Edition

Turni di notte.

I turni di notte mi fanno venire il male di vivere. L’ultima volta che ho scritto durante un turno di notte è stato la scorsa estate.

Sono passati mesi, eppure a me sembra una vita fa.

La paura di oggi è: sono come lei?

La mia ex intendo. Perché più ci penso, più mi sembra di non averla mai vissuta quella storia. Più ci penso, più mi convinco che lei abbia sempre finto.

Ero una cazzo di persona per bene io. E mi sento come se mi fossi fatta abbindolare dalla prima truffatrice di turno.

Comunque. Vivo una nuova storia, con una persona che mi da il 10mila per cento. Eppure qualcosa in me non va. Sono diversa da prima.

E per questo odio ancora di più gli ultimi 3 anni della mia vita.

Vorrei poterle dare tutto quello di cui ha bisogno. Vorrei riuscire a farla sentire importante davvero. Eppure tante volte al primo posto mi ci metto io. Tante volte solo per principio.

Lei mi prepara la colazione, me la porta a letto, si accoccola sopra di me prima di addormentarsi. Mi porta i cuccioli e mi ci fa addormentare, anche se sua nonna non vuole i cucciolini in casa.
Mi fa sbronzare al bar della sua amica, e mi prende in giro il giorno dopo. Si prende cura di me in macchina mentre mi lamento all’infinito delle curve e del mal di stomaco.

A me piace farle da mangiare, anche se poi lei pensa di essere più brava di me, non mi da mezza soddisfazione, e si arrabbia e oso lavare i funghi, perché “i funghi si puliscono con la salviettina”.

Ho paura di non fare abbastanza per lei. Ho il cuore che si sta scongelando piano piano, e questa cosa mi urta il sistema nervoso.

Perché lei si meriterebbe tutte le attenzioni del mondo. E le coccole al mattino, al pomeriggio e anche alla sera. E invece io mi arrabbio quando il telefono non prende e lei si agita. Sono una cretina.

una giornata particolare

Oggi ci siamo viste, come ogni sabato. Lei parcheggia la sua macchina vicino alla mia e mi sorride. Abbiamo mangiato sushi, siamo morte di caldo in un parco in centro città, abbiamo girato per negozi, abbiamo fatto un giro in collina e siamo state un po’ da sole.

E’ tardi e dovrei andare a dormire, e tra mille pensieri confusi, mi viene in mente lei, seduta accanto a me, con il telefono in mano che mi dice: “giochiamo a Ruzzle?”

Dice sempre che non l’ascolto, o che la interrompo mentre parla. A distanza di ore, mi rendo conto di non avere risposto a quella domanda. L’ho vista, era lì che mi guardava, con il suo sorriso felice, con quello sguardo che ha solo lei. Mi sembrava una bambina. E poi boh, ho pensato che aveva poca batteria, e che le sarebbe servita per il suo viaggio di ritorno. E così non le ho risposto. L’ho guardata, e  ho provato mille cose tutte insieme.

Sono triste, sono agitata e lei è lontana. Lunedì inizio a lavorare e ho la solita ansia che mi coglie prima delle cose importanti.

“Amore, prima di andare via mi fai l’in bocca al lupo per lunedì?”

“certo amore”

E mi ha stretta forte forte, con quel tono tranquillo e rassicurante che mi mette pace.

Sono passate un po’ di ore, non riesco a dormire. Odio quei 150km, odio le mezze misure. Siamo nella stessa regione, e a distanza di due anni, mi sembra di averla a 4000km.

Questi sono i miei problemi. Questi sono i pensieri di una persona che ama un’altra persona. Questa è la mia vita. Odio dormire da sola, amo condividere le notti con lei. Amo sentirmi al sicuro, odio chi ci discrimina, odio chi pensa che noi siamo “diverse”.

Scrivo a caso, lo so.

Ho bisogno di un suo abbraccio, ho bisogno di quella partita a Ruzzle che non abbiamo fatto. Ho bisogno di vedere il suo sorriso, ho bisogno di dirle che la amo, ho bisogno di lei e basta.

Notte.

Il più bel regalo del mondo.

La storia della laurea, della festa, del futuro e di tutto quanto, hanno portato non poco stress nella mia vita. Una volta finito tutto l’entusiasmo, siamo rimasti solo io e le mie paure.

Da un giorno all’altro, così.

Lei mi diceva che ero distaccata, che non le davo le giuste attenzioni, io mi arrabbiavo con lei perché mi trattava male, l’accusavo di essere pesante, e così iniziò il circolo vizioso dei momenti difficili, in cui tutto deve fare schifo per forza.

Andiamo a prendere il treno, ci troviamo a Bologna. Le porto una pizzetta e un succo di frutta alla pera, nonostante i tempi difficili, so ancora cosa le piace.

Mi sentivo incastrata nel mio cervello. Perché le cose non andavano bene? Non lo so.

Ero felice di essere li con lei, ero felice di vederla, ero felice e basta. Eppure non riuscivamo a finire una frase senza finire a litigare.

È andata così per un po’ finchè non abbiamo tirato fuori tutto quello che volevamo dirci.

Sembravano momenti interminabili, sembrava tutto così difficile. E invece no, perché come dico sempre “l’amore deve essere facile”.

Così, ci siamo ritrovate a Firenze, in una location super figa a due passi da Santa Maria del Fiore. Mi svegliavo accanto a lei, aprivo la finestra e c’era quella figata assurda della Cappella del Brunelleschi!

Abbiamo girato mano nella mano, sempre, con tutta la tranquillità del mondo.

L’obiettivo era visitare Firenze e andare a cercare anche qualche posto gay. E chi poteva dircelo se non una frequentatrice della movida Lgbt fiorentina?

Guardo la mia amata, prendo coraggio e le dico “senti, installa Brenda (che adesso si chiama Wapa) e vedi se trovi una del posto che ci dice dove andare!”

(Si, perché Google era troppo facile, a noi piacciono le sfide, e a me piace farmi del male).

Ragazza numero uno: riesce a darci una risposta, ci dice dove andare e ci dice che il posto è carino.

Ragazza numero due: scrive cose a caso, probabilmente è straniera.

Ragazza numero tre: dice che se vuole l’accompagna lei. Ha continuato a farle complimenti per i 3 giorni successivi.

Ora io voglio dire giusto una cosa: vedi che nella foto profilo la ragazza bellissima a cui fa i complimenti sta limonando con me, che problemi hai? Anzi, che problemi ho io. Perché alla fine va sempre a finire così.

Succedono sempre le comiche, ma che dire, mi piace farmi del male.

                                                                                    presa da http://33.media.tumblr.com/tumblr_lpgbhxFDSf1qlh1s6o1_400.gif

Alla fine, di giorno facevamo le turiste, e di sera ce ne stavamo insieme, con il nostro cibo spazzatura, sotto le coperte, a guardare i programmi da vecchia che piacciono a lei, sempre abbracciate, mano nella mano. Tanto amore e tanta pace.

brunelleschi

La nostra prima volta

La prima volta che abbiamo dormito insieme non abbiamo fatto l’amore. Abbiamo solo dormito. Lei e io, in una camera di albergo.

Decisi che quella sarebbe stata la prima di tante altre notti insieme, scoprii che era decisamente più bella di me appena sveglia, e che a differenza mia,  non aveva bisogno della spazzola, dei trucchi e soprattutto della piastra.

E mentre nel resto del mondo, c’era gente che si scagliava contro gli omosessuali, sbraitando cose tipo “innaturali, Schifosi, Froci, Abomini del mondo”, io e Lei ce ne stavamo insieme, a tenerci per mano, a scoprire lati di noi che ancora non avevamo scoperto.

Era un’altra sera insieme.

“Buonanotte”

“Buonanotte”

E poi un bacio, e poi un altro, e poi i battiti aumentano e i respiri si sincronizzano. Le sfilo la maglia, con dolcezza, con naturalezza. Mi sfila la maglia e continuiamo a baciarci, e così per non so quanto. La sento mia, e io sono sua. Una promessa fatta in silenzio, senza dire nulla, siamo noi due, solo noi.

La prima volta con una donna, la prima volta con lei, la prima volta più bella che potesse esserci.

Ci addormentiamo abbracciate, la respiro a pieni polmoni, sono proprio dove dovrei essere.

Al mattino mi sveglio per prima, Lei dorme con le mani sotto al cuscino, i capelli le accarezzano la schiena, è perfetta. Noto una cosa che non avevo mai visto: ha le fossette di Venere. La bacio piano per non svegliarla, “in che pianeta ho vissuto fino ad ora?”, mi avvicino e mi riaddormento. E’ il giorno più bello della mia vita.

nostalgia.

Non ho mai parlato dei miei nonni. Loro sono stati una fetta importante della mia vita.

Ho avuto la fortuna di crescere con tutti e 4 i nonni, ho foto con loro da quando ero piccola piccola, fino a più o meno 16 anni o forse un po’ meno, poi è iniziato il periodo “per carità non fotografatemi”.

Ho una marea di ricordi con i miei nonni: vacanze insieme, scherzi, risate, sgridate..

La mia nonna materna si è sempre presa cura di me, mi portava sempre con lei, andavamo dalle signore che stiravano, dalla vecchietta che vendeva le uova, mi portava dalla parrucchiera insieme a lei. Sapeva che non mangiavo tanto, mi piaceva solo la pasta in bianco, e come me la faceva lei non sapeva farla nessun altro.

Passavo i pomeriggi a casa con lei, mi raccontava un sacco di cose, mi mordeva la guancia, e mia sorella mi mandava a lavare perchè diceva che “puzzavo di nonna”.

Mi responsabilizzava, mi spediva a prenderle le ciabatte in camera sua, mi sembrava una cosa da grande,  lei mi diceva cosa fare e io sapevo come farlo. Una Volta mi è caduto il comodino addosso, e la chiamavo, è corsa a vedere come stavo, volevo prenderle le scarpe e si era rotto il comodino. Non mi ero fatta assolutamente niente, però era stato un mini fallimento per me.

Ne combinavo tante, andavo nell’orto con il nonno e gli davo fastidio con la pistola ad acqua, una volta non volevo mangiare e correvo per casa come una matta. E la nonna non ha mai perso il controllo con me, la nonna mi ha sempre e solo voluto bene, incondizionatamente, nonostante tutto.

Mi dispiace per il periodo delle medie, mi sentivo indipendente e non volevo che il nonno mi venisse a prendere alla fermata dell’autobus, perchè ce la facevo da sola, io ero grande. Mi veniva a prendere in bicicletta fischiettando, con il suo cappello grigio e la sua faccia da burberone.

Erano dolcissimi insieme. Il nonno era il classico nonno col broncio, il padre di famiglia che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, tutto d’un pezzo, rigido con i suoi figli e tenero con la sua ultima nipotina. Mi chiamava “bella”. La nonna invece aveva il mio carattere, era allegra, intraprendente, faceva sempre ridere tutti, ed era quella che sembrava anche un po’ strana per i suoi modi di fare.

Quando avevo più o meno 12-13 anni, ci dissero che la nonna era affetta da Demenza. Già da tempo c’erano cose che non andavano: si dimenticava dove metteva le cose, diceva che il nonno non le faceva spendere un soldo, pensava di aver debiti in giro.

La situazione a quel punto cambiò totalmente.

Io crescevo e lei diventava piccola, mi prendevo cura di lei e stavo attenta che non le succedesse nulla.

Non se ne rendeva conto.

Un giorno perdemmo la nonna, mi ricordo mia cugina che la chiamava e la cercava ovunque, niente nonna. Così presi la bici, e andai in tutti i posti in cui andavamo io e lei, ma niente.

Attraversai la strada grande, la trovai seduta in un cortile che assomigliava al nostro, mi guardò e mi disse “ciao!”.

Era tranquilla, se ne stava seduta su quel muretto e si guardava intorno, la presi per mano e le dissi “vieni nonna, andiamo a casa”.

Ho odiato quella malattia, se l’è portata via piano piano.

Io intanto crescevo e come ogni adolescente pensavo ai fatti miei, ma la nonna ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore: nonostante litigassi di continuo con i miei, trovavo sempre il tempo per andare un po’ da lei e salutarla.

Il tempo passava, e la nonna peggiorava, iniziava a non riconoscere più nessuno: il nonno è stato l’ultimo di cui si è dimenticata.

La chiamavo per nome, mi facevo vedere felice, non sapeva come mi chiamavo, non sapeva chi ero, però mi ascoltava, e si fidava di quello che le dicevo.

Con me non è mai stata violenta, non ha mai avuto reazioni negative. Cantava, prendeva in giro tutti, batteva le mani e rideva con me. Ci siamo fatte un sacco di risate.

Ero cresciuta, io non ero più la bambina che andava alle elementari, e lei non era più la nonna che si prendeva cura di me. Però c’era ancora qualcosa di lei, e lo sapevo che era li dentro rinchiuso da qualche parte.

I medici ci dicevano che la Demenza le avrebbe cancellato pian piano ogni ricordo. E fondamentalmente è così. E’ una patologia degenerativa, che piano piano distrugge tutto. Sei madre, sei consapevole di esserlo, ti prendi cura dei tuoi figli, dei tuoi nipoti,; 5 anni dopo ti ritrovi a guardare la tua immagine riflessa nello specchio, e non ti riconosci, non sai minimamente chi sia quella vecchia riflessa nello specchio.

Nonostante questo, ogni sera andavo dalla nonna, la mettevo a letto insieme a mia mamma e mio zio. “buonanotte nonna, ti voglio bene”, le davo un bacio, e me ne prendevo uno, perchè anche se avevo 18 anni, ed ero una bulla del cazzo, la nonna era sempre la nonna.

Avevo 18 anni, e quell’anno iniziarono i ricoveri. La Demenza ti distrugge così tanto da far dimenticare al tuo cervello come deglutire. Così iniziarono le polmoniti, le infezioni, vidi la nonna cedere piano piano.

Stavo in ospedale con lei, e chiedevo alle infermiere i tubicini trasparenti dell’ossigeno, così la nonna faceva i nodi e passava il tempo. Si chiama “Affaccendamento”, fare e fare e fare senza un fine. Lei faceva i nodi e bisbigliava cose. Se ne stava in quel letto, con quel camicione, era così anonima, ma non per me.

Era luglio e dovevo partire per un campeggio, quelle cose organizzate dalla chiesa. Chiesi a mia mamma cosa fosse giusto fare, mi disse che dovevo andare, perchè la nonna andava ogni anno e ne sarebbe stata felice.

Così andai a salutarla in ospedale, la situazione era grave e dentro di me qualcosa mi diceva che quella era l’ultima volta che avrei visto la nonna.

Entrai nella stanza, e tutti se ne stavano li attorno al suo letto, “ormai non parla nemmeno più, non reagisce”.

Mi avvicinai, le presi la mano, era debole, era assente, le dissi “Nonna vado al campeggio, sono venuta a salutarti. Ti voglio bene.” Mi strinse la mano, mi avvicinai per darle un bacio, poi le porsi la guancia, e mi diede il bacio che pretendevo da lei tutte le sere.

Fu l’ultima volta che vidi mia nonna.

Da quello che mi disse mia mamma, fu l’ultimo gesto che fece nei confronti di qualcuno. Tre giorni dopo la partenza, ritornai a casa per andare al suo funerale, il primo funerale della mia vita.

 

Sono passati anni, e ogni volta che mi avvicino ad un traguardo importante della mia vita mi prende male, perchè avrei voglia di entrare in casa, salutarli, e raccontare un sacco di cose. Avrei voglia di aprire quella porta, vederli felici e orgogliosi di vedermi, sedermi sul divano con loro e dire “mi laureo nonno, ho finito l’università e adesso mi laureo”.

“How do I live without the ones I love?
Time still turns the pages of the book its burned
Place and time always on my mind
I have so much to say but you’re so far away”

 

 

 

 

 

ore piccole

La mia tesi è quasi finita, e quando dico “quasi” intendo dire che è finita, eppure sembra sempre che manchi qualcosa.

Non ne posso più. Il termine di consegna è a breve, e io mi sto proprio cagando sotto. E’ finita, per la prima volta sto portando a termine qualcosa di veramente importante.

Mi sono laureata nei 3 anni, sono in corso, e ho scritto una tesi da sola perchè la mia relatrice non si degna di rispondermi a mezza mail.

Come ho fatto? io non ne ho idea.

E mentre sto qua a scrivere, cerco di abbattere la tensione. La camomilla è solo una leggenda metropolitana, non rilassa, non serve a niente.

 

Ho bisogno di pace, di calma e di tranquillità, e ci sono 150km di mezzo. Non è una vera e propria storia a distanza, non ci dividono tanti chilometri, sono pochi perchè fondamentalmente basta un’ora e mezza di macchina; diventano tanti, dal momento in cui senti il bisogno di un abbraccio e non si può.

Abbracciarla e sentire il suo profumo è come quando un giorno guardi fuori dalla finestra e all’improvviso ti accorgi che le giornate si sono allungate: sono le sei del pomeriggio e c’è un sole che spacca le pietre. E’ la cosa più bella del mondo, capisci che l’inverno è finito, e che puoi stare più tempo fuori a giocare.

Io non lo so spiegare l’effetto che mi fa, la amo e basta.

Sabato l’ho coccolata tutto il pomeriggio, poi si è addormentata mentre tornavamo alla sua macchina: mi teneva per mano e quando cambiavo marcia rimaneva con la mano appoggiata alla gamba, così come l’avevo lasciata, allora la stringevo con cura, per non svegliarla. Era dolce, era fragile, era Lei, che dormiva nella mia macchina, vicino a me, si fidava di me, nonostante la nebbia.

Ho sbagliato con lei, ho sbagliato di grosso, e ci ho messo un po’ ad ammetterlo. Sono stata una stronza di prima categoria i primi mesi, eppure Lei è rimasta lo stesso.

Piangeva, e mi chiedeva perchè.

Ero un pezzo di ghiaccio, incastrata tra i sensi di colpa e la voglia di cambiare.

Alla fine, sono riuscita a dimostrarle che era sono una brutta fase, e che per Lei, avrei dato il diecimila per cento.

Se penso a quel periodo nemmeno mi riconosco. Lei me lo aveva detto, che nell’amore non ci credeva più, che non voleva più soffrire; mi ero ripromessa di non farle mai del male, e invece la situazione mi era sfuggita un po’ di mano.

Era tutto troppo nuovo per me, era tutto troppo strano.

E adesso? Adesso è tutto cambiato, adesso sono consapevole di amarla, ma per davvero.Ho voglia di stringerla ogni giorno, di riempirla di baci, coccole, regali, pasta fatta in casa, pizza e film.

E ho paura. Ho una fottuta paura di perderla.

In serate come questa, 150Km sono infiniti.

Le ho dato la buonanotte e le ho detto che la amo, non le ho detto che per davvero voglio passare la mia vita con lei, e che in serate così tristi l’unico rimedio può  essere solo un suo abbraccio.

 

 

sarà pure commerciale, ma chissenefrega, questa canzone è bellissima.