nostalgia.

Non ho mai parlato dei miei nonni. Loro sono stati una fetta importante della mia vita.

Ho avuto la fortuna di crescere con tutti e 4 i nonni, ho foto con loro da quando ero piccola piccola, fino a più o meno 16 anni o forse un po’ meno, poi è iniziato il periodo “per carità non fotografatemi”.

Ho una marea di ricordi con i miei nonni: vacanze insieme, scherzi, risate, sgridate..

La mia nonna materna si è sempre presa cura di me, mi portava sempre con lei, andavamo dalle signore che stiravano, dalla vecchietta che vendeva le uova, mi portava dalla parrucchiera insieme a lei. Sapeva che non mangiavo tanto, mi piaceva solo la pasta in bianco, e come me la faceva lei non sapeva farla nessun altro.

Passavo i pomeriggi a casa con lei, mi raccontava un sacco di cose, mi mordeva la guancia, e mia sorella mi mandava a lavare perchè diceva che “puzzavo di nonna”.

Mi responsabilizzava, mi spediva a prenderle le ciabatte in camera sua, mi sembrava una cosa da grande,  lei mi diceva cosa fare e io sapevo come farlo. Una Volta mi è caduto il comodino addosso, e la chiamavo, è corsa a vedere come stavo, volevo prenderle le scarpe e si era rotto il comodino. Non mi ero fatta assolutamente niente, però era stato un mini fallimento per me.

Ne combinavo tante, andavo nell’orto con il nonno e gli davo fastidio con la pistola ad acqua, una volta non volevo mangiare e correvo per casa come una matta. E la nonna non ha mai perso il controllo con me, la nonna mi ha sempre e solo voluto bene, incondizionatamente, nonostante tutto.

Mi dispiace per il periodo delle medie, mi sentivo indipendente e non volevo che il nonno mi venisse a prendere alla fermata dell’autobus, perchè ce la facevo da sola, io ero grande. Mi veniva a prendere in bicicletta fischiettando, con il suo cappello grigio e la sua faccia da burberone.

Erano dolcissimi insieme. Il nonno era il classico nonno col broncio, il padre di famiglia che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, tutto d’un pezzo, rigido con i suoi figli e tenero con la sua ultima nipotina. Mi chiamava “bella”. La nonna invece aveva il mio carattere, era allegra, intraprendente, faceva sempre ridere tutti, ed era quella che sembrava anche un po’ strana per i suoi modi di fare.

Quando avevo più o meno 12-13 anni, ci dissero che la nonna era affetta da Demenza. Già da tempo c’erano cose che non andavano: si dimenticava dove metteva le cose, diceva che il nonno non le faceva spendere un soldo, pensava di aver debiti in giro.

La situazione a quel punto cambiò totalmente.

Io crescevo e lei diventava piccola, mi prendevo cura di lei e stavo attenta che non le succedesse nulla.

Non se ne rendeva conto.

Un giorno perdemmo la nonna, mi ricordo mia cugina che la chiamava e la cercava ovunque, niente nonna. Così presi la bici, e andai in tutti i posti in cui andavamo io e lei, ma niente.

Attraversai la strada grande, la trovai seduta in un cortile che assomigliava al nostro, mi guardò e mi disse “ciao!”.

Era tranquilla, se ne stava seduta su quel muretto e si guardava intorno, la presi per mano e le dissi “vieni nonna, andiamo a casa”.

Ho odiato quella malattia, se l’è portata via piano piano.

Io intanto crescevo e come ogni adolescente pensavo ai fatti miei, ma la nonna ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore: nonostante litigassi di continuo con i miei, trovavo sempre il tempo per andare un po’ da lei e salutarla.

Il tempo passava, e la nonna peggiorava, iniziava a non riconoscere più nessuno: il nonno è stato l’ultimo di cui si è dimenticata.

La chiamavo per nome, mi facevo vedere felice, non sapeva come mi chiamavo, non sapeva chi ero, però mi ascoltava, e si fidava di quello che le dicevo.

Con me non è mai stata violenta, non ha mai avuto reazioni negative. Cantava, prendeva in giro tutti, batteva le mani e rideva con me. Ci siamo fatte un sacco di risate.

Ero cresciuta, io non ero più la bambina che andava alle elementari, e lei non era più la nonna che si prendeva cura di me. Però c’era ancora qualcosa di lei, e lo sapevo che era li dentro rinchiuso da qualche parte.

I medici ci dicevano che la Demenza le avrebbe cancellato pian piano ogni ricordo. E fondamentalmente è così. E’ una patologia degenerativa, che piano piano distrugge tutto. Sei madre, sei consapevole di esserlo, ti prendi cura dei tuoi figli, dei tuoi nipoti,; 5 anni dopo ti ritrovi a guardare la tua immagine riflessa nello specchio, e non ti riconosci, non sai minimamente chi sia quella vecchia riflessa nello specchio.

Nonostante questo, ogni sera andavo dalla nonna, la mettevo a letto insieme a mia mamma e mio zio. “buonanotte nonna, ti voglio bene”, le davo un bacio, e me ne prendevo uno, perchè anche se avevo 18 anni, ed ero una bulla del cazzo, la nonna era sempre la nonna.

Avevo 18 anni, e quell’anno iniziarono i ricoveri. La Demenza ti distrugge così tanto da far dimenticare al tuo cervello come deglutire. Così iniziarono le polmoniti, le infezioni, vidi la nonna cedere piano piano.

Stavo in ospedale con lei, e chiedevo alle infermiere i tubicini trasparenti dell’ossigeno, così la nonna faceva i nodi e passava il tempo. Si chiama “Affaccendamento”, fare e fare e fare senza un fine. Lei faceva i nodi e bisbigliava cose. Se ne stava in quel letto, con quel camicione, era così anonima, ma non per me.

Era luglio e dovevo partire per un campeggio, quelle cose organizzate dalla chiesa. Chiesi a mia mamma cosa fosse giusto fare, mi disse che dovevo andare, perchè la nonna andava ogni anno e ne sarebbe stata felice.

Così andai a salutarla in ospedale, la situazione era grave e dentro di me qualcosa mi diceva che quella era l’ultima volta che avrei visto la nonna.

Entrai nella stanza, e tutti se ne stavano li attorno al suo letto, “ormai non parla nemmeno più, non reagisce”.

Mi avvicinai, le presi la mano, era debole, era assente, le dissi “Nonna vado al campeggio, sono venuta a salutarti. Ti voglio bene.” Mi strinse la mano, mi avvicinai per darle un bacio, poi le porsi la guancia, e mi diede il bacio che pretendevo da lei tutte le sere.

Fu l’ultima volta che vidi mia nonna.

Da quello che mi disse mia mamma, fu l’ultimo gesto che fece nei confronti di qualcuno. Tre giorni dopo la partenza, ritornai a casa per andare al suo funerale, il primo funerale della mia vita.

 

Sono passati anni, e ogni volta che mi avvicino ad un traguardo importante della mia vita mi prende male, perchè avrei voglia di entrare in casa, salutarli, e raccontare un sacco di cose. Avrei voglia di aprire quella porta, vederli felici e orgogliosi di vedermi, sedermi sul divano con loro e dire “mi laureo nonno, ho finito l’università e adesso mi laureo”.

“How do I live without the ones I love?
Time still turns the pages of the book its burned
Place and time always on my mind
I have so much to say but you’re so far away”

 

 

 

 

 

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