sfoghi.

Manca poco alla laurea. Evviva! Anche perchè inizia a starmi tutto super mega stretto. consegnerò curriculum anche a Palermo, ma di sicuro non nella mia città. Volevo andare da Lei oggi, e invece no, perchè a casa si sono messi a urlare. Quindi. Sto zitta, non dico niente, ma appena ne avrò l’opportunità, saluterò tutti e tante care cose. Manca davvero pochissimo. Non ho più voglia di litigare, non ho più voglia di seghe mentali come quando avevo 15 anni. Sono passati quasi 10 anni e si continua a litigare per le stesse stronzate, penso che ad un certo punto un genitore debba accettare il fatto che la figlia non sia più un infante, anche perchè ogni volta che apro bocca, sembra che stia li a dire stronzate. Abbiamo visioni diverse. Io penso che una famiglia debba accettare e non debba far crescere i figli in base alla filosofia del “non te lo dico se no mi cacci di casa”. Non parlo solo della mia relazione sentimentale, ma di tutto l’assetto che è stato dato alla mia vita. E adesso io mi sono rotta i coglioni. Ne ho proprio le palle piene.

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nostalgia.

Non ho mai parlato dei miei nonni. Loro sono stati una fetta importante della mia vita.

Ho avuto la fortuna di crescere con tutti e 4 i nonni, ho foto con loro da quando ero piccola piccola, fino a più o meno 16 anni o forse un po’ meno, poi è iniziato il periodo “per carità non fotografatemi”.

Ho una marea di ricordi con i miei nonni: vacanze insieme, scherzi, risate, sgridate..

La mia nonna materna si è sempre presa cura di me, mi portava sempre con lei, andavamo dalle signore che stiravano, dalla vecchietta che vendeva le uova, mi portava dalla parrucchiera insieme a lei. Sapeva che non mangiavo tanto, mi piaceva solo la pasta in bianco, e come me la faceva lei non sapeva farla nessun altro.

Passavo i pomeriggi a casa con lei, mi raccontava un sacco di cose, mi mordeva la guancia, e mia sorella mi mandava a lavare perchè diceva che “puzzavo di nonna”.

Mi responsabilizzava, mi spediva a prenderle le ciabatte in camera sua, mi sembrava una cosa da grande,  lei mi diceva cosa fare e io sapevo come farlo. Una Volta mi è caduto il comodino addosso, e la chiamavo, è corsa a vedere come stavo, volevo prenderle le scarpe e si era rotto il comodino. Non mi ero fatta assolutamente niente, però era stato un mini fallimento per me.

Ne combinavo tante, andavo nell’orto con il nonno e gli davo fastidio con la pistola ad acqua, una volta non volevo mangiare e correvo per casa come una matta. E la nonna non ha mai perso il controllo con me, la nonna mi ha sempre e solo voluto bene, incondizionatamente, nonostante tutto.

Mi dispiace per il periodo delle medie, mi sentivo indipendente e non volevo che il nonno mi venisse a prendere alla fermata dell’autobus, perchè ce la facevo da sola, io ero grande. Mi veniva a prendere in bicicletta fischiettando, con il suo cappello grigio e la sua faccia da burberone.

Erano dolcissimi insieme. Il nonno era il classico nonno col broncio, il padre di famiglia che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, tutto d’un pezzo, rigido con i suoi figli e tenero con la sua ultima nipotina. Mi chiamava “bella”. La nonna invece aveva il mio carattere, era allegra, intraprendente, faceva sempre ridere tutti, ed era quella che sembrava anche un po’ strana per i suoi modi di fare.

Quando avevo più o meno 12-13 anni, ci dissero che la nonna era affetta da Demenza. Già da tempo c’erano cose che non andavano: si dimenticava dove metteva le cose, diceva che il nonno non le faceva spendere un soldo, pensava di aver debiti in giro.

La situazione a quel punto cambiò totalmente.

Io crescevo e lei diventava piccola, mi prendevo cura di lei e stavo attenta che non le succedesse nulla.

Non se ne rendeva conto.

Un giorno perdemmo la nonna, mi ricordo mia cugina che la chiamava e la cercava ovunque, niente nonna. Così presi la bici, e andai in tutti i posti in cui andavamo io e lei, ma niente.

Attraversai la strada grande, la trovai seduta in un cortile che assomigliava al nostro, mi guardò e mi disse “ciao!”.

Era tranquilla, se ne stava seduta su quel muretto e si guardava intorno, la presi per mano e le dissi “vieni nonna, andiamo a casa”.

Ho odiato quella malattia, se l’è portata via piano piano.

Io intanto crescevo e come ogni adolescente pensavo ai fatti miei, ma la nonna ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore: nonostante litigassi di continuo con i miei, trovavo sempre il tempo per andare un po’ da lei e salutarla.

Il tempo passava, e la nonna peggiorava, iniziava a non riconoscere più nessuno: il nonno è stato l’ultimo di cui si è dimenticata.

La chiamavo per nome, mi facevo vedere felice, non sapeva come mi chiamavo, non sapeva chi ero, però mi ascoltava, e si fidava di quello che le dicevo.

Con me non è mai stata violenta, non ha mai avuto reazioni negative. Cantava, prendeva in giro tutti, batteva le mani e rideva con me. Ci siamo fatte un sacco di risate.

Ero cresciuta, io non ero più la bambina che andava alle elementari, e lei non era più la nonna che si prendeva cura di me. Però c’era ancora qualcosa di lei, e lo sapevo che era li dentro rinchiuso da qualche parte.

I medici ci dicevano che la Demenza le avrebbe cancellato pian piano ogni ricordo. E fondamentalmente è così. E’ una patologia degenerativa, che piano piano distrugge tutto. Sei madre, sei consapevole di esserlo, ti prendi cura dei tuoi figli, dei tuoi nipoti,; 5 anni dopo ti ritrovi a guardare la tua immagine riflessa nello specchio, e non ti riconosci, non sai minimamente chi sia quella vecchia riflessa nello specchio.

Nonostante questo, ogni sera andavo dalla nonna, la mettevo a letto insieme a mia mamma e mio zio. “buonanotte nonna, ti voglio bene”, le davo un bacio, e me ne prendevo uno, perchè anche se avevo 18 anni, ed ero una bulla del cazzo, la nonna era sempre la nonna.

Avevo 18 anni, e quell’anno iniziarono i ricoveri. La Demenza ti distrugge così tanto da far dimenticare al tuo cervello come deglutire. Così iniziarono le polmoniti, le infezioni, vidi la nonna cedere piano piano.

Stavo in ospedale con lei, e chiedevo alle infermiere i tubicini trasparenti dell’ossigeno, così la nonna faceva i nodi e passava il tempo. Si chiama “Affaccendamento”, fare e fare e fare senza un fine. Lei faceva i nodi e bisbigliava cose. Se ne stava in quel letto, con quel camicione, era così anonima, ma non per me.

Era luglio e dovevo partire per un campeggio, quelle cose organizzate dalla chiesa. Chiesi a mia mamma cosa fosse giusto fare, mi disse che dovevo andare, perchè la nonna andava ogni anno e ne sarebbe stata felice.

Così andai a salutarla in ospedale, la situazione era grave e dentro di me qualcosa mi diceva che quella era l’ultima volta che avrei visto la nonna.

Entrai nella stanza, e tutti se ne stavano li attorno al suo letto, “ormai non parla nemmeno più, non reagisce”.

Mi avvicinai, le presi la mano, era debole, era assente, le dissi “Nonna vado al campeggio, sono venuta a salutarti. Ti voglio bene.” Mi strinse la mano, mi avvicinai per darle un bacio, poi le porsi la guancia, e mi diede il bacio che pretendevo da lei tutte le sere.

Fu l’ultima volta che vidi mia nonna.

Da quello che mi disse mia mamma, fu l’ultimo gesto che fece nei confronti di qualcuno. Tre giorni dopo la partenza, ritornai a casa per andare al suo funerale, il primo funerale della mia vita.

 

Sono passati anni, e ogni volta che mi avvicino ad un traguardo importante della mia vita mi prende male, perchè avrei voglia di entrare in casa, salutarli, e raccontare un sacco di cose. Avrei voglia di aprire quella porta, vederli felici e orgogliosi di vedermi, sedermi sul divano con loro e dire “mi laureo nonno, ho finito l’università e adesso mi laureo”.

“How do I live without the ones I love?
Time still turns the pages of the book its burned
Place and time always on my mind
I have so much to say but you’re so far away”

 

 

 

 

 

ore piccole

La mia tesi è quasi finita, e quando dico “quasi” intendo dire che è finita, eppure sembra sempre che manchi qualcosa.

Non ne posso più. Il termine di consegna è a breve, e io mi sto proprio cagando sotto. E’ finita, per la prima volta sto portando a termine qualcosa di veramente importante.

Mi sono laureata nei 3 anni, sono in corso, e ho scritto una tesi da sola perchè la mia relatrice non si degna di rispondermi a mezza mail.

Come ho fatto? io non ne ho idea.

E mentre sto qua a scrivere, cerco di abbattere la tensione. La camomilla è solo una leggenda metropolitana, non rilassa, non serve a niente.

 

Ho bisogno di pace, di calma e di tranquillità, e ci sono 150km di mezzo. Non è una vera e propria storia a distanza, non ci dividono tanti chilometri, sono pochi perchè fondamentalmente basta un’ora e mezza di macchina; diventano tanti, dal momento in cui senti il bisogno di un abbraccio e non si può.

Abbracciarla e sentire il suo profumo è come quando un giorno guardi fuori dalla finestra e all’improvviso ti accorgi che le giornate si sono allungate: sono le sei del pomeriggio e c’è un sole che spacca le pietre. E’ la cosa più bella del mondo, capisci che l’inverno è finito, e che puoi stare più tempo fuori a giocare.

Io non lo so spiegare l’effetto che mi fa, la amo e basta.

Sabato l’ho coccolata tutto il pomeriggio, poi si è addormentata mentre tornavamo alla sua macchina: mi teneva per mano e quando cambiavo marcia rimaneva con la mano appoggiata alla gamba, così come l’avevo lasciata, allora la stringevo con cura, per non svegliarla. Era dolce, era fragile, era Lei, che dormiva nella mia macchina, vicino a me, si fidava di me, nonostante la nebbia.

Ho sbagliato con lei, ho sbagliato di grosso, e ci ho messo un po’ ad ammetterlo. Sono stata una stronza di prima categoria i primi mesi, eppure Lei è rimasta lo stesso.

Piangeva, e mi chiedeva perchè.

Ero un pezzo di ghiaccio, incastrata tra i sensi di colpa e la voglia di cambiare.

Alla fine, sono riuscita a dimostrarle che era sono una brutta fase, e che per Lei, avrei dato il diecimila per cento.

Se penso a quel periodo nemmeno mi riconosco. Lei me lo aveva detto, che nell’amore non ci credeva più, che non voleva più soffrire; mi ero ripromessa di non farle mai del male, e invece la situazione mi era sfuggita un po’ di mano.

Era tutto troppo nuovo per me, era tutto troppo strano.

E adesso? Adesso è tutto cambiato, adesso sono consapevole di amarla, ma per davvero.Ho voglia di stringerla ogni giorno, di riempirla di baci, coccole, regali, pasta fatta in casa, pizza e film.

E ho paura. Ho una fottuta paura di perderla.

In serate come questa, 150Km sono infiniti.

Le ho dato la buonanotte e le ho detto che la amo, non le ho detto che per davvero voglio passare la mia vita con lei, e che in serate così tristi l’unico rimedio può  essere solo un suo abbraccio.

 

 

sarà pure commerciale, ma chissenefrega, questa canzone è bellissima.

 

 

14 Febbraio.

La scelta del titolo non è stata casuale, ieri per me non è stato San valentino.

Abbiamo passato un periodo un po’ del cazzo, lei sommersa dal suo lavoro, io sommersa dalla tesi, dall’ansia pre-tesi, e dalla neve.

Quando viviamo periodi tranquilli riusciamo a vederci anche in settimana, magari passo un pomeriggio da lei, o rimango per tutto il weekend.

Erano due settimane che non la vedevo. Erano due settimane che sentivo solo la sua voce per telefono, che non potevo abbracciarla. Telefonate brevi, veloci. Troppo stanche e troppo impegnate per stare tranquille al telefono.

Vivevo malissimo questa cosa, avevo bisogno di lei, la sentivo lontana anni luce, avevo bisogno di una mini dimostrazione di affetto, un gesto qualunque, una qualsiasi cosa che mi facesse capire “testa di cazzo, non vedi che stiamo così perchè non ci vediamo, smettila di farti seghe mentali, ti amo”.

E più o meno è andata così, perchè trovavo da dire su qualunque cosa, addirittura l’avevo mandata a fanculo perchè:

“ah ma la cucina a casa della tua amica a me non piace”.

Apriti cielo. Non l’avesse mai detto.

Avevo solo bisogno di stringerla forte.

E finalmente quel giorno è arrivato, il fato ha voluto che fosse proprio il giorno di San Valentino, ma penso che nessuna delle due ci abbia fatto poi così caso, soprattutto in un periodo così difficile.

Avevo tentato di scriverle una lettera di San valentino, ma era piuttosto patetica. Lei mi ha portato una rosa e un pacco di cioccolatini che mi piacciono tanto “i baci ti fanno schifo, i lindt di fanno schifo, questi però ti piacciono” God save i biancocuore.

segue dicendo “ce la fai a tacere per un minuto?”. “si”.

Allora ha messo su una canzone e poi mi ha abbracciata.

Volevo rotolarmi per terra dalla vergogna, perchè pur essendo abbastanza egocentrica, mi vergogno come un cane quando mi si mette al centro dell’attenzione.

Però è stata una giornata stupenda, l’ho tenuta stretta per tutto il pomeriggio, in un parcheggio che non saprei nemmeno ritrovare, con la nebbia e la pioggerellina. Però eravamo abbracciate, da sole.

Penso di non aver bisogno di altro per stare bene, Io, lei.. e il sushi.

Si, perchè dopo l’ho portata a mangiare giapponese. E dopo abbiamo preso un gelato. E poi siamo tornate alla sua macchina, e lei mi stringeva la mano e dormiva. Era una cucciola. E io penso di amarla come non ho mai amato nessuno.

 

 

 

 

 

 

Memorie di una pivella: Primo incontro con le sue amiche.

Era giugno 2013, Io e Lei stavamo insieme da circa un mese.

Era tutto nuovo in quel periodo, visitavo posti nuovi, stavo con lei, sperimentavo parti di me che non avevo mai conosciuto prima. Avevo 23 anni e mi sentivo un’adolescente in piena tempesta ormonale.

Da brava adolescente-ritardataria ero partita da casa al mattino verso le 9, indossavo una t-shirt con una stampa dei funghi di super mario, un paio di pantaloncini di jeans e le all-star blu.  Ero proprio una bulla. Non avevo ancora nessun piercing, mi ero appena tagliata i capelli e per colpa del mio ciuffo venuto un po’ così, sembravo emo.

Apro una breve parentesi:  ho sempre odiato gli emo.  Alle superiori da brava bulla dei poveri, mi impegnavo a sostenere la causa anti-emo, ero una vera rocker!

Comunque. I genitori di Lei non mi avevano mai vista, e dovevano credere che fossi una delle sue amiche del gruppo, quindi mi presentai a casa sua senza valigie, con uno zaino e una busta della coop (quelle super resistenti) con dentro dei giochi per l’xbox e i miei vestiti di ricambio. AIUTO.

Andavamo di fretta, per questo rimasi con la maglia dei funghi di Mario e i  miei pantaloncini. Il problema era che: dovevamo andare a cena con le sue amiche, e io non mi ero nemmeno ritruccata. E soprattutto non mi ero data il “colpo di piastra prima di uscire“.

Lei era molto tranquilla, felice di farmi conoscere alla sua compagnia, io ero abbastanza tesa, anche perchè avevo 23 anni, e non avevo mai visto tante lesbiche tutte insieme, NON MI ERO FATTA LA PIASTRA, e sembravo per davvero una 12enne.

Ero terrorizzata: la sua migliore amica era scettica su di me perché “Le etero vanno lasciate in pace! Vedrai che questa ti smolla sicuro! Le etero non capiscono un cazzo, Sono tutte delle merde, guarda che questa te la mette nel culo“.

Ricordo ancora la scena: io e lei camminiamo verso la piazza del ristorante, E. viene verso di noi, sorride a Lei e guarda male me, poi la saluta tutta felice, mi guarda male e si presenta. Volevo sotterrarmi. Nel mio cervello ero solo una stupida pivella di 23 anni, che fino a quel giorno non aveva mai avuto problemi di comunicazione con nessuno. Erano tutte super tranquille, e ridevano, parlavano di gossip, di “una che era stata con quella, poi l’ha lasciata, la sua ex si è messa con la cugina, poi dopo si sono riviste, hanno limonato, però l’ex ragazza dell’ex di quell’altra è una stronza perchè ha incontrato al bar pinco palla e le ha detto che tizia era andata con caia la sera prima”. Insomma: The L Word esisteva davvero.

Ansia e paura e disagio quando al ristorante tutte parlavano e io stavo zitta in un angolo, penso di aver sentito dire da qualcuno “ma sa parlare?”.  “NO, io sono muta e non metto insieme due cazzo di pensieri per formulare una risposta, ho perso le corde vocali quando sono scesa dalla macchina e E mi ha guardata male”. Volevo solo andare a casa, stendermi a letto e piangere. Che ansia.

Era il mio “ballo delle debuttanti”, e io non ero pronta.

Finita la cena, usciamo e andiamo verso un noto locale Lgbt della riviera romagnola: un sacco di gente, un sacco di gay, e io mi sentivo un sacco idiota. Arrivate, Lei inizia  a salutare tutti, ogni persona che passava, Lei la conosceva.

Era una situazione abbastanza strana, non l’avevo mai vista in mezzo a così tante persone, di solito stavamo io e lei, solo noi due. Non l’avevo mai condivisa con nessuno, era solo mia, solo per me, solo noi e i nostri momenti che mi toglievano il fiato di continuo; non l’avevo mai vista socializzare con altra gente, non mi aveva mai ignorata per più di due minuti. E io cosa dovevo fare? niente.

 

-“ciao di qua, vieni che ti devo dire una cosa..”

-” ma lei chi è”

-“ah ma state insieme

-“beh comunque ti volevo dire che..”

se avessi potuto avrei reagito più o meno così:

in quel momento il mio miglior amico è stato il muretto a bordo della strada.

– “beh ti ha lasciata da sola”

– “eh no, cioè si, insomma ogni due metri i ferma a parlare.. e io non conosco nessuno, mi sono messa qua, poi quell’altra le doveva dire i segreti..”

“tieni BEVI”

Per fortuna l’alcol aiuta sempre, e l’uomo è un animale sociale, figuriamoci in stato di ebbrezza.

 

Conclusioni: Pur volendo  morire stecchita e di un male improvviso, la serata ha preso il via. Io ero vestita di merda, impacciata e con un ciuffo da emo, ciò vuol dire che c’è una speranza per tutti.

Ex di merda Part. 4 (ormai ho perso il conto)

Come ho già detto e ridetto, ancora non mi sono abituata alla “vita da lesbica”.

E’ sempre la stessa storia, e si ripete ogni volta che mi dimentico della loro esistenza: le creature del male si manifestano, loro esistono davvero, e te lo fanno capire con Whatsapp, un sms, un like su Facebook o una mail.

Sono una sognatrice, o forse un’illusa, perchè ancora non ho compreso il concetto che le Ex di merda spariscono per mesi, anni, decenni, poi all’improvviso, quando nella tua vita tutto va alla grande, tornano a rompere i coglioni.

Sono come gli accendini: ” fanno giri immensi e poi ritornano” (cit.)

Quindi.

Lunedì 26/01 ci salutiamo dopo aver passato un bellissimo e super rilassante Weekend insieme. Siamo state con le sue amiche, abbiamo cenato insieme,  siamo finite al pronto soccorso, ci siamo viste un po’ di film a casa sua, abbiamo amoreggiato, siamo andate a mangiare la pizza, ci siamo addormentate al cinema. Insomma, solite cose da vita di coppia.

Martedì: io scrivo la tesi, lei  lavora. Si fa sera, mi chiama e mi dice che la sua Ex, la subdola donna di merda, etero indecisa (quella che le scrive solo quando raggiunge un tasso alcolemico tale per cui può sentirsi in dovere di rompere i coglioni alla gente senza avere sensi di colpa) le ha scritto.

comunque mi sto vedendo con una ragazza, finalmente l’ho capito.. blablabla ciao scemina”  (se non era “scemina” era una roba del genere)

Quindi? Bravaaaaaa!!!! hai scoperto che passare i pomeriggi nelle chat per lesbiche, incontrare e limonare le ragazze di notte non ti rende ETERO!!! C’era motivo di condividere questa cosa con la mia morosa? Ti sentivi proprio proprio in dovere di farglielo sapere? EVVIVA.

 

Mercoledì: tutto tace

Giovedì: tutto tace

Venerdì: tutto tace

Sabato: partiamo dal sabato mattina. Il troglodita, cavernicolo, muscoloman (suo ex) va a bussare alla sua porta alle 9 del mattino. Per quanto mi possa urtare la presenza di quell’uomo, non posso dire niente, perchè sono stati insieme mille mila anni fa, non c’è mai stato nulla, sono amici da una vita, è il cognato della sua migliore amica ecc ecc. E VA BENE. Però non puoi rompere i coglioni di sabato, andando a suonare a casa sua, quando lei deve venire da me, e le dici pure: “si vede che sei dimagrita, hai messo su un bel culo”. NO. 

Come quella volta che io e lei siamo andate a comprare l’Xbox360 e abbiamo incontrato lui. E siamo finiti a “fare a chi ne sa di più di videogiochi”, e poi lui voleva venire a casa con noi, e poi “eh ma non prendere quel cavo Hdmi perchè ce ne sono di migliori”  e io “si ma per quello che deve fare lei, questo va più che bene”, e lui “non starlo a comprare ti do il mio” e io “no invece lo prendi adesso perchè a sto prezzo non lo trovi più”… ecc ecc..

Poi si compra l’Iphone 6 e mi dice “ah guarda questo gioco figo, vediamo se capisci come si fa..”  -.- Urto e violenza. E per quanto mi faccia schifo ammetterlo, andiamo pure d’accordo. Il fatto è che lui non sa di noi (ma secondo me si), e quindi mi urta la sua presenza, mi urtano le cose che dice, mi urta quando si deve mettere in mezzo.

 

E ok, lei se lo schioda, e parte poco dopo.. Arriva da me, mi guarda e mi fa ” ah oggi mi ha scritto la M.” ..

O.O ma vuoi vedermi morire oggi? poi? si vuole aggiungere qualcun altro?

” ah  quando stavi con me, il rossetto non te lo mettevi come cambiano le cose..Come stai?? io blablabla… alla fine ai tuoi gliel’hai detto? con lei come va? blablabla”

Questa non ha mai fatto allusioni a niente. Ma è quella che non sopporto. Lei è la sua ex storica, 3 anni insieme. Intelligente, con i soldi, laureata con il massimo dei voti, accento toscano, occhi verdi, e una fronte grande quando l’empire state building. Hanno fatto un sacco di cose insieme e quando M le scrive, tra le righe si evince sempre questo messaggio:

“ogni tanto ti chiedo come va, perchè tu mi conosci, e io ti conosco meglio di chiunque altro, e forse mi sento anche un po’ una merda che respira per come ti ho trattata, però vedo che stai bene adesso e allora la cosa mi solleva, quindi la mia coscienza ora è pulita.”

BRAVA. Clap Clap.